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Cos'è la SIOF

La Società Italiana di Odontoiatria Forense (SIOF) è un'associazione scientifica che svolge iniziative e promuove l'aggiornamento scientifico-culturale dei professionisti della sanità pubblica e privata sulle tematiche medico-legali di pertinenza dell'odontoiatria. Possono associarsi medici chirurghi, odontoiatri e cultori del diritto.
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Traumatologia dento-facciale nell’attività sportiva, successo del convegno Siof-Coni a Udine

Grande interesse nell’ambito forense e sportivo per il convegno organizzato dalla SIOF in associazione con il CONI il 15 febbraio 2019 a Udine, presso la sala congressi dello Stadio Friuli Dacia Arena. All'evento, dal titolo “Il trauma dento-facciale nella pratica sportiva – Aspetti epidemiologici, clinici, assicurativi e di responsabilità giuridica” hanno partecipato personaggi illustri nelle discipline trattate. Il congresso si è aperto con il saluto da parte del referente regionale della SIOF, Dr. Franco Pittoritto, e dell’On. Ing. Giorgio Brandolin, in qualità di presidente del CONI regionale. Si è poi proceduto all’esposizione da parte del Dr. Ferdinando Agrusti, Presidente Regionale Federazione Medici Sportivi, degli aspetti epidemiologici del trauma cranio facciale nelle diverse discipline sportive, riportando dati che hanno colpito la platea suscitato notevole interesse e stupore. E' quindi intervenuto il Prof. Alberto Laino riportando dapprima i dati epidemiologici che pongono l’attenzione e l’allarme verso i traumi nell’ambito sportivo. Esponeva in seguito le misure di prevenzione primaria, ovvero quelle misure volte a prevenire il verificarsi di traumi cranio-dento-facciali. Tali misure preventive possono adottarsi già nelle abitudini di vita, partendo dalle abitudini della prima infanzia quali la suzione del ciuccio, che può causare disodontiasi con aumento dell’overjet, nonché negli ambienti scolastici, ove è raccomandabile un’adeguata formazione degli insegnanti e degli alunni, e sportivo, con attenzione verso il corretto utilizzo di presidi come il paradenti e veniva posto l’accento sulla necessità di conservazione dell’elemento dentale lussato in soluzione fisiologica. Il Prof. Laino presentava pertanto l’importantissimo progetto di diffusione, nei vari ambienti pubblici e scolastici, di un poster esplicativo riguardante l’intervento di primo soccorso raccomandabile nel bambino che incorra in un trauma dentale. Il progetto di tale poster è stato messo a punto principalmente dalla SIOF vedendo coinvolte le maggiori società scientifiche odontoiatriche, medico-legali, mediche, assicurative. Il poster è stato successivamente messo a disposizione dei presenti in aula, suscitando una significativa richiesta e dando pertanto un riscontro positivo dell’efficacia del messaggio.

Interveniva in seguito il Dr. Mannucci, direttore della SOC di Chirurgia Maxillo Facciale dell’Azienda Ospedaliera di Pordenone. Il Dr. Mannucci riferiva alcuni dati epidemiologici che ponevano in Italia il calcio come lo sport che vede il maggior numero di incidenti dento-facciali mentre in Europa il rugby. Poneva inoltre l’accento anche su altri sport considerando che, nell’epidemiologia dei traumi cranio-dento-facciali, rivestono notevole importanza anche il ciclismo e il basket. Riportava in seguito la propria esperienza circa i traumi cranio-dento-facciali, notando che le fratture procurate in ambito sportivo di pertinenza maxillo-facciale si verificano prevalentemente a carico di zigomo, naso, mandibola e orbita. Venivano pertanto esposte le modalità di primo soccorso e di intervento sul campo qualora ci si trovi di fronte ad un atleta incorso in un trauma facciale.

La mattinata proseguiva con il coinvolgente intervento del Prof. Massimo Robiony, il quale illustrava le attuali tecniche di ricostruzione maxillo-facciale attraverso la programmazione virtuale degli interventi chirurgici tramite gli strumenti digitali ed informatici e presentava, anche mediante la proiezione di video e immagini riguardanti i casi più significativi, quadri clinici di importante sconquasso facciale e successiva ricostruzione. Sulla presentazione del Prof. Robiony interveniva il Prof. Buccelli mettendo alla luce l’aspetto controverso del creare una eccessiva aspettativa estetica e funzionale nel paziente traumatizzato che potrebbe conferire al sanitario l’obbligo non più di mezzi ma anche di risultato e di rischio di incorrere in una maggiore insoddisfazione del paziente qualora il risultato ottenuto non coincida con quello prospettato mediante i metodi digitali e informatici.

Il Prof. Buccelli dava pertanto luogo alla sua presentazione, presentando i vari ambiti giuridici in cui si possono configurare gli esiti di un trauma cranio dento facciale (civilistico, penale, assicurativo, previdenziale) ed esponendo i criteri di valutazione medico-legale del danno cranio-dento-facciale, in particolare per quanto riguarda il nesso di causa e la valutazione del danno biologico temporaneo e permanente, nonché l’incidenza sulla capacità lavorativa, l’eventuale riducibilità degli esiti permanenti mediante intervento medico, la congruità delle spese mediche sostenute e/o da sostenere e i criteri per valutare il diritto al loro ristoro. Esponeva infine quali sono, secondo fonti ANIA, i criteri di esclusione dell’indennizzo di un danno in polizza infortuni nella pratica sportiva.

Concludeva la mattinata il Prof. Di Lorenzo che poneva l’accento sui vari aspetti che riguardano il danno cranio-dento-facciale, ovvero: gli aspetti anatomo-funzionali dell’apparato stomatognatico, del danno fisionomico ma anche e soprattutto gli aspetti psichici di tipo reattivo. Erano pertanto messe a confronto le indicazioni valutative fornite dai vari barèmes medico-legali per la valutazione del danno, notando infine come le voci relative all’apparato stomatognatico siano ancora relativamente basse rispetto all’importanza che tale tipo di danno può assumere in un soggetto traumatizzato. Seguivano gli interventi attinenti i profili giuridici e assicurativi collegati al c.d. infortunio sportivo dell’avv. Caruso, dell’avv. Vidal e del Professor Betti; inoltre, il dr. Parise poneva l’accento sulla necessità di attuare metodiche di prevenzione.

Preliminarmente, è stato evidenziato come la casistica in tema di responsabilità in ambito sportivo sia abbastanza limitata rispetto all’enorme numero di praticanti l’attività sportiva e al corrispondente elevato numero d’infortuni; ciò suggerisce che, evidentemente, v’è un’accettazione da parte degli atleti del fatto che queste attività comportino dei rischi non del tutto eliminabili, e che v’è una sensibilità verso i principi ispiratori dell’ordinamento sportivo quali la lealtà competitiva, la solidarietà reciproca e il senso di autoresponsabilità delle proprie azioni. Ne consegue un diffuso convincimento che l’antigiuridicità delle condotte durante lo svolgimento dell’attività sportiva debba perciò trovare una soluzione all’interno dell’ordinamento sportivo e non, salvo i casi più gravi, in quello giuridico. In questo panorama non si può far a meno di considerare l’assicurazione, la quale molto spesso diviene uno stimolo al contenzioso: il danneggiato che in nome dei principi sopra citati non avrebbe pensato di proporre un’azione risarcitoria nei confronti dell’avversario o del compagno o dell’istruttore, rimuove ogni dilemma di carattere etico quando sa che obbligato a pagare effettivamente il risarcimento subito sarà la compagnia assicuratrice.

Quando si parla di responsabilità in ambito sportivo, come evidenziato dai diversi relatori durante l’incontro, dev’essere tenuto in considerazione la distinzione tra le competenze dell’ordinamento sportivo e dell’ordinamento giuridico. L’ordinamento sportivo è riconosciuto dallo Stato come ordinamento dotato di una propria autonomia, di una propria autoregolamentazione e di un proprio potere di auto-normazione attribuito al CONI, di un suo sistema di giustizia e di risoluzione delle controversie. L’ordinamento sportivo ha competenza nei casi in cui vengono in considerazione profili attinenti lo svolgimento concreto dell’attività sportiva mentre, ogniqualvolta in occasione dello svolgimento dell’attività sportiva venga in considerazione la tutela di determinati diritti soggettivi, la loro tutela è assoggettata all’ordinamento statale.

I vari interventi hanno avuto ad oggetto quelli che sono gli aspetti della responsabilità nell’ambito dell’ordinamento statale. E’ stato evidenziato che, ad oggi, non esiste una regolamentazione di settore in tema di responsabilità in ambito sportivo e le eventuali responsabilità che possono sorgere in seguito all’infortunio sono quindi regolate dai principi generali del codice civile e del codice penale. L’attività sportiva, per le sue intrinseche caratteristiche, chiaramente differenti in relazione ai vari tipi di sport, espone ad un rischio di lesioni alla propria incolumità personale ed alla stessa vita di chi vi partecipa o vi assiste. Ci si è quindi chiesti in quali casi all’infortunio sportivo possa seguire una responsabilità del soggetto danneggiante. Nonostante le differenti attività sportive, le quali si distinguono tradizionalmente in sport “a violenza necessaria” (es. boxe, lotta), sport a “violenza eventuale” (es. calcio) e sport “a bassa o nulla incidenza di violenza” (es. tennis), gli interpreti hanno tentato di individuare principi e regole comuni per individuare i casi nei quali le lesioni inferte nell’ambito della pratica di un’attività sportiva possano essere considerate lecite.

Minimo comun denominatore è l’assunto che fa leva sul c.d. “rischio sportivo consentito”, che ha condotto all’elaborazione della scriminante sportiva, la quale si basa sul principio secondo cui nessuno può essere considerato colpevole di un evento dannoso qualora questo evento sia conseguenza di un azione che è conforme alle regole dello sport di riferimento. Per cui nonostante concretamente si possa verificare un fatto che corrisponde ad una tipologia di evento punibile, lo stesso non lo si considera tale perché coperto dalla scriminante sportiva. È stato affermato che, pur se in presenza di una lesione, anche se importante, non vi è alcuna rilevanza della condotta tenuta dall’atleta ogniqualvolta vi sia stato il rispetto delle regole di gioco, dell’adeguatezza dell’azione e della forza applicata. Viceversa, colui per il quale l’attività sportiva diventa il pretesto per colpire sarà sempre imputabile e verrà chiamato a rispondere sia sotto il profilo penale che sotto il profilo civilistico del risarcimento del danno provocato.

L’altro tema di grande interesse affrontato durante la giornata è stato quello relativo alla copertura assicurativa. Generalmente i rischi collegati all’attività sportiva sono esclusi dalle coperture assicurative. L’atleta o la società sportiva hanno però la possibilità di stipulare delle polizze ah hoc, le quali coprono proprio quei rischi che solitamente vengono esclusi. In presenza della polizza specifica, qualora il soggetto dovesse subire dei danni durante lo svolgimento dell’attività, e qualora ovviamente ne ricorrano i presupposti, potrà farsi indennizzare dall’assicurazione. La polizza, infatti, assicura il rischio che un determinato evento accada oppure no, indennizza il fatto in sé, cioè per l’evento oggettivamente verificato indipendentemente dalla responsabilità di terzi.

Si è evidenziato, invece, che in campo amatoriale molto spesso gli atleti svolgono l’attività sportiva senza copertura assicurativa specifica. Ne consegue che, in questi casi il danneggiato non potrà quindi trovare ristoro, nemmeno parziale, dalla compagnia assicurativa e non potrà far altro che tentare di rivalersi sul danneggiante. Una distinzione cui è importante fare riferimento quando si tratta il tema assicurativo è quella che riguarda il concetto di “indennizzo” e quello di “risarcimento” derivanti da responsabilità. Il primo copre l’evento che sia accaduto anche senza la responsabilità di terzi. Il risarcimento, invece, è riconosciuto al danneggiato qualora venga accertata una responsabilità di terzi. Vi possono essere casi poi in cui, nonostante vi sia una specifica polizza assicurativa, questa non riesca per sua struttura a ristorare integralmente il danno subito dal soggetto; in questi casi quel surplus di danno non coperto dalla polizza, potrà essere posto a carico di colui il quale è responsabile dell’evento dannoso.

L'incontro si è concluso con la relazione dell'Avv. Claudio Beltrame, nel corso della quale sono stati illustrati due noti casi di cronaca giudiziaria relativi entrambi a due decessi di minorenni accompagnati da adulti sulle piste da sci. Il primo caso presentato è quello relativo alla morte del giovane R.C. (minorenne), il quale ha violentemente impattato contro un albero mentre scendeva con lo slittino lungo una pista a Sesto, sulla quale il maestro di sci aveva portato la propria classe, ritenendo che le condizioni delle piste non fossero ottimali per sciare in sicurezza e che fosse dunque più opportuno portare i ragazzi a slittare sulle apposite discese. Il secondo caso ha ad oggetto la vicenda occorsa al giovane A.R. (anch'egli minorenne), piccolo campione di sci, il quale ha trovato la morte in circostanze mai confermate da esame autoptico (il corpo è stato cremato a seguito dell'iniziale archiviazione della vicenda come incidente da parte degli inquirenti) lungo le piste del comprensorio sciistico di Cortina, mentre percorreva insieme ad altri amici ed ai genitori di alcuni di questi una pista regolarmente aperta e battuta. Entrambi i casi sono giunti all'esame dell'Autorità giudiziaria, la quale ha provveduto ad esaminare la sussistenza effettiva di profili di responsabilità colposa per omissione in capo ai rispettivi accompagnatori dei due sfortunati minori, in concorso colposo con i gestori dei rispettivi impianti sciistici.

Dette vicende presentano diversi elementi fattuali in comune: entrambi gli episodi si sono verificati nelle prime ore di un pomeriggio del mese di marzo (nel primo caso del 2011, nell'altro del 2012); in entrambi i casi il corpo del minore è stato trovato esanime nei pressi della vegetazione circostante la pista (nel primo caso vi sono testimoni oculari dell'avvenuto impatto, nel secondo caso il corpo è stato ritrovato ore dopo il decesso e non presentava esternamente segno alcuno di impatto con la vegetazione); in nessuno dei due casi è stato espletato l'esame autoptico sui corpi dei ragazzi (nell'un caso perché vi erano testimoni oculari e segni esterni sufficienti ad individuare la causa del decesso, nell'altro perché inizialmente la procura aveva archiviato l'accaduto come incidente). E' opportuno sottolineare che tra i due episodi vi sono anche rilevanti differenze sostanziali: il giovane che slittava a Sesto non aveva mai avuto esperienze analoghe in precedenza e non risultava dotato della necessaria attrezzatura per la discesa, mentre il campioncino deceduto sulle piste del comprensorio di Cortina era un agonista esperto e dotato di tutta l'attrezzatura del caso; il giovane R.C. veniva condotto sulle piste da un accompagnatore professionale, mentre A.R. era accompagnato dai genitori degli altri giovani amici che insieme a lui scendevano lungo le medesime piste quel pomeriggio di marzo. Entrambe le vicende sono poi state oggetto di lunghi processi, nel corso dei quali l'autorità giudiziaria ha vagliato i profili di responsabilità colposa omissiva in capo agli accompagnatori degli sfortunati minori, in concorso colposo con i rispettivi gestori dei comprensori sciistici. Tali processi hanno avuto (solamente in secondo grado…!) esiti diametralmente opposti: il maestro di sci che accompagnava a slittare R.C. è stato ritenuto responsabile e dunque condannato per omicidio colposo all'esito di tutti e tre i gradi di giudizio; il genitore imputato per il concorso colposo nell'omicidio del giovane A.R., invece, dopo una condanna milionaria in primo grado è stato in seguito assolto in appello, a fronte della ritenuta insussistenza del fatto di reato.

Tali vicende e, soprattutto, le loro conseguenze processuali mettono in evidenza come il vuoto normativo in tema di accompagnamento (professionale e non) lungo le piste da sci debba necessariamente essere colmato al più presto. A fronte della intrinseca pericolosità dell'attività sciistica (che, del resto, è qualificata come tale dallo stesso legislatore) emerge l'esigenza di offrire un quadro normativo chiaro e preciso nell'accompagnamento – professionale e non – lungo le piste da sci, quadro normativo che tenga conto della natura dell'attività sciistica e che recepisca finalmente l'insegnamento offerto dalla giurisprudenza di Cassazione in tema di responsabilità omissiva (in specie di quanto stabilito dalla nota sentenza cd. “ThyssenKrupp” del 2014). Più ampiamente, si profila l'utilità di offrire una regolamentazione più precisa della circolazione sulle piste sciistiche, regolamentazione che preveda ad esempio il necessario previo conseguimento di una sorta di “patentino” per tutti coloro che vogliano fruire delle piste.

dott.ssa Caterina Sbuelz, avv. Francesca Pittoritto, avv. Anna La Bombarda

 

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